Ad Harvard lo indicano chiaramente: tra le 10 tecniche fondamentali per migliorare il public speaking, una delle più potenti è usare l'umorismo.
Semplice a dirsi. Terribilmente difficile a farsi.
Perché se c'è una cosa che ho imparato organizzando ComicMasters — un corso dedicato proprio all'humor applicato all'oratoria — è che la comicità è una tecnica di public speaking tra le più avanzate. Ma anche quella con il ritorno più alto. Quando funziona, non ti dimentica più nessuno.
Proviamo a pensarci: chiunque può imparare a organizzare un discorso in modo logico, a usare pause efficaci, a guardare negli occhi il pubblico. Ma far ridere una sala — far sì che una battuta arrivi, che il tempo comico sia giusto, che la risata esploda nel momento preciso in cui la vuoi tu — è un'altra storia.
Ho letto due libri che mi hanno cambiato la prospettiva su questo: Lezioni di Comicità di M. Andreone e Stand Up Comedy di Filippo Losito. Entrambi smontano un mito fondamentale: che il senso dell'umorismo sia un talento innato con cui si nasce. Non è proprio così. La comicità ha una grammatica, una struttura, una tecnica. Si studia. Si allena. Si costruisce. Se poi ce l'hai anche per predisposizione, tanto meglio.
E i benefici, quando la padroneggi, sono enormi:
La comicità nasce quasi sempre da un'aspettativa delusa. Costruisci una direzione nella mente del pubblico, poi ci giri bruscamente. Non è abbastanza dire "mi sono preparato molto": devi portare il pubblico dentro quella preparazione, fargli sentire la serietà, e poi far "cadere" tutto.
Una delle battute più celebri che incarna questo meccanismo è di Woody Allen nel film Prendi i soldi e scappa (1969):
"Mio padre era un uomo molto severo, ma giusto. Mi ha insegnato i grandi valori della vita: l'onestà, il rispetto per il prossimo, l'importanza del lavoro duro e della lealtà. Non mi ha mai picchiato... tranne che per legittima difesa."
È forse la tecnica più potente e più sottovalutata. Parti da un piccolo problema reale — qualcosa che il pubblico riconosce — e ne esageri le conseguenze fino all'assurdo, in una catena di causa-effetto che precipita sempre più in basso. È la logica del "se succede A, allora succede B, quindi C, e alla fine Z" dove Z è qualcosa di completamente catastrofico e ridicolo.
Un esempio: "Se arrivi in ritardo alla presentazione, i colleghi ti guardano storto. Se ti guardano storto, inizi a sudare. Se inizi a sudare, il microfono scivola. Se il microfono scivola, lo insegui sul palco. Se lo insegui sul palco, rovesci il pc. Se rovesci il pc, perdi le slide. Se perdi le slide, improvvisi. Se improvvisi, dici cose che non avresti mai dovuto dire. E così, per essere arrivato tre minuti in ritardo, hai involontariamente rivelato a tutta l'azienda che odi le cravatte del capo."
La struttura funziona perché ogni passaggio è logicamente plausibile, ma l'accumulo porta a un risultato sproporzionato.
Ecco un esempio autorevole, con Walter Chiari. Vale la pena vederlo.
Una parola che significa due cose, un gesto frainteso, un oggetto usato nel contesto sbagliato: l'equivoco è la struttura comica più antica della storia del teatro, da Plauto a Totò e Mr. Bean. Nel public speaking funziona benissimo quando hai un termine tecnico del tuo settore che in italiano comune suona come qualcos'altro, oppure quando descrivi una situazione che il pubblico può interpretare in due modi simultaneamente.
Ridere di sé stessi è la forma di humor più sicura e più efficace nel public speaking — ed è anche quella che richiede più coraggio, il che la rende doppiamente potente. Chi ride dei propri limiti dimostra una sicurezza che nessuna slide di curriculum può trasmettere.
La chiave è essere specifici, non generici. "Ho sbagliato" non fa ridere.
Elenchi tre elementi di cui i primi due seguono un pattern logico e il terzo lo rompe. La struttura funziona perché il cervello umano, dopo due elementi omogenei, si aspetta un terzo dello stesso tipo — e la rottura sorprende proprio nel momento in cui era più rilassato.
"Per prepararmi a questo intervento ho riletto i classici del management, ho intervistato dieci CEO di aziende Fortune 500, e ho guardato l'intera quinta stagione di Suits."
La terza voce deve essere abbastanza lontana dalle prime due da sembrare quasi un incidente — ma abbastanza riconoscibile da essere vera. Il pubblico ride perché sospetta che sia vera. E di solito lo è.
Il mondo politico offre alcuni degli esempi più memorabili di humor applicato al public speaking.
Barack Obama è probabilmente il politico contemporaneo che ha usato l'humor con più maestria. Al White House Correspondents' Dinner — una cena annuale in cui il presidente fa un monologo dentenzialmente simpatico davanti alla stampa — Obama eccelleva.
Qui scherza (a 5 minuti di video) su come lui sia peggiorato e invecchiato nel tempo dei suoi 8 anni alla Casa Bianca, rispetto alla moglie. (testo del discorso integrale)

Ronald Reagan era soprannominato "The Great Communicator" anche per la sua capacità di usare humor e storytelling. Famosa la sua battuta durante il dibattito presidenziale del 1984 contro Walter Mondale, quando gli fu chiesta la sua età avanzata come potenziale limite: "Non farò dell'età un problema in questa campagna. Non sfrutterò, a fini politici, la giovinezza e l'inesperienza del mio avversario." Anche Mondale rise. Reagan vinse in 49 stati su 50.
In Italia, Beppe Grillo ha costruito gran parte della sua carriera politica applicando ai comizi tecniche tipiche della stand-up comedy.
Su un altro versante, Matteo Renzi ha spesso fatto ricorso a metafore e similitudini per colpire avversari e criticare progetti politici. Si pensi, ad esempio, al paragone tra il governo Meloni e la famiglia Addams, utilizzato per costruire un’immagine caricaturale e facilmente memorizzabile.
Nel mondo aziendale, l'humor è ancora sotto utilizzato per paura di sembrare poco professionali. Un errore.
Quando nel gennaio 2007 presentò il primo iPhone sul palco della Macworld Conference, Jobs creò uno dei momenti comici più celebri della storia del business. Prima di mostrare il vero iPhone, annunciò che Apple stava per lanciare tre prodotti rivoluzionari: un iPod con i controlli touch, un telefono cellulare e un dispositivo internet. Li ripeté più volte, mentre il pubblico iniziava a capire. Poi, come slide, mostrò un iPod con una rotella gigante inserita in un telefono a rotella, con sopra uno schermo minuscolo — un grottesco ibrido impossibile, uno di quegli oggetti che nessuno comprerebbe mai.
La sala scoppiò a ridere (a 3 minuti circa del video). Jobs non aveva fatto nessuna battuta verbale. Aveva lasciato che l'immagine parlasse da sola.
Ecco il consiglio più pratico che do a chi si avvicina per la prima volta all'humor nel public speaking, e che ho elaborato durante ComicMasters: non devi fare la battuta tu. Può farla una slide.
Richard Branson, fondatore di Virgin, è famoso per le sue presentazioni in cui irride costantemente le grandi corporation, compresa la sua.
Quando Virgin America vinse il premio di miglior compagnia aerea degli Stati Uniti, disse in conferenza stampa: "Finalmente. Ci ho messo solo 7 anni e qualche centinaio di milioni di dollari."
Dopo aver progettato e guidato il percorso Comicmasters con circa 20 partecipanti, ho capito che far ridere e gestire l'umorismo sul palco non è affatto banale. Tuttavia, per chi vuole iniziare, esistono delle vie d'accesso più semplici di altre. A mio avviso, le tecniche d'ingresso più accessibili sono:
Mostrare un'immagine divertente o inaspettata – come faceva Steve Jobs – rimane il punto d'ingresso più facile.

Non richiede un timing perfetto o una voce da attore comico. Richiede soltanto due cose: trovare l'immagine giusta per quel preciso momento e avere il coraggio di proiettarla, lasciando che sia lo schermo a parlare per te.
Consiste nell'utilizzare un'immagine paradossale ed esagerata per descrivere una situazione, una tecnica usata spesso da Matteo Renzi, come descritto sopra.
Altro esempio. Durante un mio discorso, per spiegare la mia totale mancanza di competenza su un argomento, dissi: "Su questo tema sono autorevole quanto un gatto che propone un corso di nuoto". Il pubblico scoppiò a ridere. Quella battuta - con la tecnica di autodeprecazione - funzionò perché univa l'autoironia a una forte immagine visiva, e ovviamente l'avevo pianificata prima la metafora: l'umorismo efficace sul palco si prepara, non si improvvisa.
Spero che questo spunto possa esserti utile e, se vuoi approfondire ulteriormente questi strumenti e imparare a usarli in modo efficace nella tua comunicazione, puoi seguire uno dei miei corsi di comunicazione.
Chiunque si sia trovato, almeno una volta, dietro un podio, davanti a una telecamera o semplicemente al centro dell'attenzione in una riunione di lavoro, ha sperimentato la pressione del "vuoto". In quei momenti critici, in cui cerchiamo di trasmettere un concetto complesso, accade spesso un fenomeno involontario: l'inserimento nel discorso di quelle parole di riempimento, note come intercalari.
Sebbene possano sembrare innocue espressioni di routine, gli intercalari rappresentano spesso un ostacolo invisibile alla nostra autorevolezza.
In questo articolo, analizzeremo a fondo cosa siano, perché il nostro cervello li utilizzi come scudo e, soprattutto, come trasformare la nostra comunicazione per renderla più cristallina.
Si tratta di parole, espressioni o brevi frasi — come "praticamente", "diciamo", "per così dire", "niente", "cioè", o il classico e onnipresente "ehm" — che vengono inserite spontaneamente in un discorso. Tecnicamente, questi elementi non aggiungono alcun valore informativo, né arricchiscono il contenuto semantico di ciò che stiamo dicendo.
Essi fungono da "sostegno" alla forma espressiva, agendo come una stampella verbale. Il problema sorge quando questa stampella diventa un'abitudine, un tic verbale che si ripete ossessivamente. Dagli intramontabili retaggi generazionali come il "cioè" — che ha segnato un'intera epoca — fino alla nostra attuale Presidente del Consiglio, che usa molto spesso il "diciamo".
Ci si potrebbe chiedere: perché un essere umano adulto, in grado di articolare concetti complessi, avverte l'irresistibile bisogno di riempire i propri vuoti verbali con suoni inutili?
La risposta risiede in una radicata paura ancestrale del vuoto. Molti oratori, anche esperti, percepiscono una pausa nel discorso como una minaccia. Il ragionamento inconscio è semplice ma fallace: "Se resto in silenzio, il pubblico penserà che ho perso il filo. Penseranno che non sono preparato. Penseranno che sono vulnerabile". Questa ansia da prestazione spinge il parlante ad attivare un automatismo protettivo. Inserire un "diciamo" o un "appunto" diventa, quindi, un modo per mantenere il controllo sul turno di parola, impedendo al pubblico di percepire il momento di riflessione come una dimenticanza o un fallimento.
Tuttavia, questo automatismo ottiene spesso l'effetto opposto. L'ascoltatore, inizialmente focalizzato sul contenuto, inizia a notare la frequenza dell'intercalare. Il discorso diventa ripetitivo, quasi ipnotico in senso negativo, trasformandosi in una "cantilena" che svuota di significato le parole che seguono. Quando l'intercalare diventa il protagonista, il messaggio perde la sua forza.
Se l'intercalare è il figlio della paura, la cura è la consapevolezza unita al coraggio. Eliminare i tic verbali non significa parlare in modo robotico, né tantomeno eliminare ogni respiro tra una frase e l'altra. Al contrario, significa imparare a gestire le pause in modo strategico.
La pausa non è un vuoto: è un pilastro della comunicazione. Quando decidi di tacere per un istante prima di enunciare un punto fondamentale, stai inviando un segnale potente al tuo pubblico. Stai dicendo: "Sono così sicuro di ciò che sto per dire che non ho bisogno di riempire lo spazio con suoni inutili". Il silenzio trasmette carisma, autorità e sicurezza. Dà tempo agli ascoltatori di elaborare il concetto precedente e di prepararsi a quello successivo.
La strada verso un discorso privo di intercalari non è immediata, ma è percorsa da chiunque voglia fare un salto di qualità. Ecco alcuni passi fondamentali:
Osserva e conta gli intercalari: Il primo passo è l'analisi. Registrati mentre parli — una presentazione di lavoro, un breve video per i social, o anche una conversazione informale. Riaffidati all'ascolto analitico: conta gli intercalari. Spesso, non ci rendiamo conto di quanto siano frequenti finché non li sentiamo con le orecchie di un estraneo.
Rallenta il ritmo di eloquio: molti intercalari nascono perché cerchiamo di parlare troppo velocemente. Rallentare il ritmo di eloquio permette al cervello di formulare le frasi complete prima ancora che arrivino alle labbra.
Il potere del respiro: Spesso, quando sentiamo l'urgenza di dire "ehm", è perché abbiamo finito l'aria. Impara a gestire la respirazione diaframmatica. Una pausa presa per respirare è naturale e ben accetta, a differenza di una pausa colmata da un suono sgradevole.
Sostituire l'intercalare con il silenzio: È un esercizio di disciplina. Ogni volta che senti l'impulso di dire "cioè", fermati. Resta in silenzio per un secondo. Quel secondo di silenzio sarà percepito dal pubblico come una pausa riflessiva carica di intenzione, non come un errore.
In un contesto informale, come una chiacchierata con amici in un bar, gli intercalari possono persino aggiungere un tocco di autenticità, rendendo il discorso più umano e meno ingessato. Tuttavia, quando la posta in gioco è alta — che si tratti di una presentazione aziendale, di un esame, o di un discorso pubblico — la precisione linguistica diventa un vantaggio competitivo.
Chi riesce a gestire i propri intercalari trasmette sicurezza, presenza e padronanza di sé. Il pubblico tende a fidarsi di chi non ha fretta di parlare, di chi sa concedere spazio al silenzio e di chi sceglie con cura ogni parola. Una pausa ben utilizzata comunica più competenza di molti “ehm” pronunciati per riempire il vuoto.
La voce è il principale veicolo del pensiero: ogni parola dovrebbe contribuire a rafforzare il messaggio, non a disperderlo nel rumore.
Se desideri approfondire il tema degli intercalari ed apprendere esercizi pratici per ridurli, scopri il corso “La voce del Leader”, un percorso dedicato a sviluppare una comunicazione più chiara, autorevole, efficace. Se invece desideri valutare altre soluzioni, leggi questo articolo dedicato alle Presentazioni efficaci.
Sapevi che puoi allenare la tua oratoria anche utilizzando dei software specifici?
Se non hai il tempo o la possibilità di seguire un corso di public speaking in presenza con un formatore, esiste un’alternativa sempre più valida grazie all’intelligenza artificiale. Applicazioni come Yoodli, Orai e molte altre offrono oggi strumenti, potenziati dall'AI, per migliorare la tua comunicazione.
Ecco una selezione ragionata delle migliori risorse disponibili, divise per categoria, per aiutarti a scegliere quella più adatta alle tue esigenze.
Queste app fungono da "personal trainer" digitale, analizzando la tua voce e il tuo stile.
Orai (iOS, Android, web) Registra il tuo discorso e fornisce un feedback immediato su ritmo, chiarezza, livello di energia, uso di filler, cioè intercalari ("ehm", "uh", ecc.) e velocità dell'eloquio.
Perché sceglierla: È ottima per sessioni brevi per preparare pitch, presentazioni o riunioni. Include statistiche utili per monitorare i progressi nel tempo.
Speeko (iOS, Android, Mac) Offre un percorso strutturato con lezioni su voce, ritmo, gestione dell'ansia e varietà vocale, fornendo feedback in tempo reale mentre parli.
Perché sceglierla: A differenza di un semplice analizzatore, Speeko è pensata come un "corso guidato". È l'ideale se cerchi un training quotidiano passo dopo passo.
Yoodli (Web) Analizza i tuoi discorsi (o le registrazioni delle tue call) e restituisce report estremamente dettagliati su filler, parole "deboli", ritmo, chiarezza e bilanciamento della conversazione (quanto parli tu vs gli altri).
Perché sceglierla: È fortissima sull'analisi dei dati e sui report post-performance.
👉 Vuoi vedere come funziona? Guarda il mio video dedicato
Poised (Desktop per call online) Lavora in background durante le videochiamate (Zoom, Meet, Teams) e ti mostra suggerimenti in tempo reale su tono, ritmo, chiarezza e concisione.
Perché sceglierla: Ideale per chi vuole migliorare la propria presenza durante le riunioni online piuttosto che su un palco fisico.
VirtualSpeech (Mobile + VR) Ti immerge in ambienti virtuali realistici (sala conferenze, aula, colloquio di lavoro) completi di pubblico, rumori di fondo e distrazioni, analizzando voce e tempi di reazione.
Perché sceglierla: Personalmente non mi ha convonto molto comunque, se non abbiamo come simulare un pubblico, resta una buona alternativa per lavorare sulla gestione dell'emozione, dello spazio e per abituarsi alla "pressione" di una sala piena.
Ummo / LikeSo (iOS) Tracciano specifici intercalari ("uhm", "eh", "like", "so"), monitorando anche la velocità e la chiarezza della dizione.
Perché sceglierla: Sono app "leggere" e semplici, ottime come specchio quotidiano se il tuo unico obiettivo è ripulire il parlato dalle cattive abitudini verbali.
Stamurai (Android, iOS) Un programma di esercizi simile alla logopedia digitale, pensato per chi soffre di balbuzie o disfluenze, con piani giornalieri e tracciamento dei progressi. Perché sceglierla: Meno orientata alla retorica e più alla fluidità di base; molto utile se l’ostacolo principale è di natura fisiologica o legata a blocchi della parola.
BigVu (Teleprompter iOS/Android): lo uso personalmente ed è perfetto per iPhone o iPad, qualche ritardo voce/video invece con telefoni Android che non siano particolarmente potenti. Scorre il testo seguendo la voce e crea anche sottotitoli in automatico.PromptSmart Pro (Teleprompter iOS/Android) Un teleprompter intelligente che "ascolta" la tua voce: il testo scorre solo quando parli, permettendoti di fare pause e guardare in camera senza perdere il segno.
Perché sceglierla: Indispensabile per discorsi molto strutturati o per registrare video in modo fluido, riducendo l’ansia da vuoto di memoria.
| Strumento | Focus principale | Dove lo usi meglio | Tipo di feedback |
| Orai | Ritmo, chiarezza, filler | Prove di presentazioni e pitch | Report automatici post‑discorso |
| Speeko | Percorso guidato + ansia | Training quotidiano strutturato | Lezioni + feedback live |
| Yoodli | Analisi dati dettagliata | Discorsi preparati, interviste, call | Report avanzati e suggerimenti |
| Poised | Comunicazione in call | Meeting online e presentazioni da PC | Feedback in tempo reale |
| VirtualSpeech | Simulazione ambiente + platea | Prove per conferenze ed esami orali | Ambiente VR + analisi voce |
| Ummo / LikeSo | Filler e dizione | Allenamento rapido giornaliero | Conteggio filler, ritmo |
| Stamurai | Balbuzie e fluidità | Riabilitazione e pratica quotidiana | Esercizi guidati |
| Bigvu.tv | Lettura discorsi preparati | Video marketing | Scorrimento guidato dalla voce, creazione sottotitoli automatica |
| PromptSmart Pro | Lettura discorsi preparati | Video, keynote molto scritti | Scorrimento guidato dalla voce |
Per secoli le figure retoriche sono state relegate al ruolo di semplici ornamenti: fronzoli pensati per “abbellire” le parole. Cicerone le definiva “luci” del parlare, altri le chiamavano “fiori” della prosa e della poesia.
Ma ridurle a mere decorazioni è un errore. Nel public speaking sono strumenti di precisione, capaci di rendere un messaggio più incisivo e memorabile. E lo stesso vale nel marketing, dove possono fare la differenza nella creazione di payoff, slogan o nomi di brand destinati a restare impressi.
Le figure retoriche lavorano sui sensi, sulla musicalità, sull’immaginazione: creano ancore visive e sonore che si fissano nella memoria del pubblico.
Dal libro Il parlar figurato di Bice Mortara Garavelli, che sto leggendo in questi giorni, ho selezionato 9 figure utilissime per imprimere un concetto chiave o un nome nella mente delle persone — con esempi presi dalla comunicazione, dalla pubblicità e da discorsi celebri.
L'allitterazione è una figura retoricha che usa la ripetizione della stessa consonante o suono, all’inizio delle parole vicine.
Perché funziona: il nostro cervello adora i pattern sonori: la ripetizione crea musicalità, facilita il riconoscimento uditivo e aiuta la memorizzazione di una frase o di un nome.
Applicazione? L'alliterazione è perfetta per titoli, payoff, slogan, perché imprime nella memoria il suono e la struttura delle parole.
L'assonanza è molto simile all'allitterazione ma la ripetizione, di suoni vocalici simili, è all’interno di parole vicine.
Perché funziona: produce armonia vocale, rendendo la frase piacevole da pronunciare e facile da ricordare, quasi una filastrocca per adulti.
La rima si ha quando parole vicine terminano con lo stesso suono (rima) o con una simile sequenza fonetica (omoteleuto).
Perché funziona: aiuta a fissare i concetti grazie a una chiusura ricorrente, come accade nei jingle o nelle filastrocche.
Esempio:
• Mio avaro amore amaro (E. Sanguineti): parole finali che richiamano il suono “-aro”, rendendo il verso incalzante e facilmente memorizzabile.
Applicazione: la rima è strategica per chiudere in modo memorabile una frase chiave nel public speaking, nelle canzoni e ancor più in spot pubblicitari o slogan.
È un accostamento di parole simili nel suono ma diverse per significato. Le variazioni minime di un suono cambiano notevolmente il senso.
Gioca sull’assonanza e sull’intelligenza dell’ascoltatore, stimola il piacere della scoperta, si fissa per la sua originalità.
Esempi:
• Chi non risica non rosica.
• Prender fischi per fiaschi
• Dalle stelle alle stalle
Questi giochi di parole, spesso anche nella tradizione popolare, rimangono impressi proprio perché attivano il piacere del riconoscimento e mettono in moto la memoria semantica e fonetica.
Applicazione: molto indicata per nomi di eventi, prodotti, rubriche di giornale; in un discorso può servire a rendere brillante e facilmente memorizzabile un concetto.
Definizione: sostituzione di un termine o concetto astratto con un’immagine concreta o familiare.
Perché funziona: le immagini si ricordano molto più facilmente dei concetti: la metafora trasforma idee complicate in scenari vividi e accessibili. Sono fondamentali per attivare i sensi dell'ascoltatore; se ben costruite, diventano veri “simboli” del messaggio che si vuole veicolare.
Esempi:
• Metafore “d’uso” perchè non esiste la parola esatta: l’occhio del ciclone, la gamba del tavolo.
• Martin Luther King Jr.: “Let us not seek to satisfy our thirst for freedom by drinking from the cup of bitterness and hatred.” oppure “The sweltering summer of the Negro’s legitimate discontent will not pass until there is an invigorating autumn of freedom and equality.”
In entrambi i casi, King trasforma bisogni, emozioni e lotte sociali in esperienze sensoriali (sete, estate, autunno), aiutando il pubblico a “vedere” il cambiamento.
La figura retorica dell'iperbole è una esagerazione consapevole per enfatizzare. La usano molto i politici.
Perché funziona? Colpisce perché va oltre la realtà, amplificando emozioni o caratteristiche e risvegliando attenzione.
Alcuni esempi:
L'antitesi è l'accostamento di due opposti all’interno di una frase.
Perché funziona? Perchè crea tensione, rende il messaggio più dinamico e più facilmente memorizzabile, per contrasto.
3 esempi di antitesi:
Il chiasmo è una disposizione incrociata di parole o gruppi di parole secondo lo schema AB – BA. Questa struttura, oltre a dare ritmo e armonia alla frase, aiuta l’oratore a rendere un concetto più facile da memorizzare per il pubblico.
Un esempio celebre è la frase di John F. Kennedy: «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa voi potete fare per il vostro Paese».
Il chiasmo può sembrare simile all’antitesi, ma non sono la stessa cosa. La differenza sta soprattutto nella struttura e nella funzione:
Antitesi: lo ricordo, consiste nell’accostare due parole, idee o concetti opposti all’interno della stessa frase o contesto, per creare un netto contrasto di significato.
Chiasmo: dispone gli elementi in forma incrociata (AB – BA) e non richiede necessariamente che i termini siano opposti.
L'onomatopea è l'uso di parole che riproducono, almeno in parte, suoni reali presenti nell’ambiente.
L’onomatopea attiva la memoria sensoriale: le parole che “suonano” come ciò che rappresentano si fissano con più facilità nella mente degli ascoltatori o consumatori, proprio come una canzone si ricorda per la melodia.
Esempio:
• TikTok: il nome richiama direttamente il suono dell’orologio che scandisce il tempo (“tic-toc”) e associando a questo il concetto di tempo che passa velocemente — perfetto per un’app di video brevi e dinamici.
L’onomatopea consiste dunque nell’imitare i suoni e trasporli, in modo creativamente efficace, all’interno di una parola o una frase: un nome onomatopeico può essere compreso e ricordato anche a livello internazionale, se il suono richiama esperienze comuni.
In sintesi, le figure retoriche non sono semplici ornamenti, ma strumenti capaci di potenziare la memoria del pubblico. Possono trasformare un discorso, un nome o uno slogan in “ancore” – eccola, una metafora – nella mente di chi ascolta.
Questo articolo vuole essere insieme una sfida e un’ispirazione per ogni public speaker o brand strategist: scegliere la figura retorica giusta significa creare frasi, titoli e discorsi che restano impressi, che lasciano un segno.