Ogni tanto mi scrive qualcuno con una domanda semplice, all'apparenza: "Che corso mi consigli per imparare a fare presentazioni?"
E ogni volta mi rendo conto che la risposta onesta è "dipende", il che non è mai una risposta soddisfacente da dare, ma è quella vera.
Il problema è che sotto l'etichetta "corso di presentazioni" finiscono cose molto diverse tra loro.
Chi cerca un corso spesso non sa quale di questi problemi ha, e quindi finisce per scegliere in base al nome più accattivante o al prezzo, invece che in base a quello che gli serve davvero.
Provo a mettere un po' di ordine.
Ci sono persone che conoscono benissimo il loro argomento ma quando devono parlare davanti a un gruppo si bloccano, dimenticano quello che volevano dire, sudano, parlano troppo veloce. In questi casi il contenuto del corso conta meno della struttura: serve un ambiente dove esercitarsi spesso, con feedback regolare, in un contesto a bassa pressione.
I club Toastmasters funzionano bene per questo, proprio perché sono pensati per la ripetizione: si parla ogni due settimane, si riceve un feedback costruttivo, e nel tempo il corpo impara a stare tranquillo prima ancora della mente. Il limite è che serve costanza, e non tutti hanno voglia di impegnarsi per mesi. Se non hai questo tempo, anche io - con i pacchetti di coaching - offro sezioni di allenamento.
Altre persone parlano con disinvoltura ma i loro interventi non hanno una direzione chiara: iniziano da un punto, divagano, e il pubblico perde il filo. In questo caso servono corsi più orientati alla scrittura del discorso: come costruire un'apertura, come organizzare gli argomenti, come chiudere lasciando qualcosa addosso a chi ascolta.
Qui i corsi accademici o quelli legati alla retorica classica danno strumenti solidi, anche se a volte con un linguaggio un po' distante dalla vita reale di chi deve preparare uno speech aziendale la settimana prossima.

Un discorso può essere strutturato bene, l'oratore può essere tranquillo, e comunque il pubblico si distrae dopo tre minuti. Qui il tema è un altro: la capacità di tenere viva l'attenzione, cosa che passa spesso da elementi che nella formazione tradizionale vengono trascurati, come il ritmo, le pause, e sì, anche l'umorismo. Non parlo di saper raccontare barzellette, ma di quella leggerezza controllata che rende un contenuto serio più digeribile.
Su questo aspetto esistono meno corsi in Italia rispetto ad altri paesi, e chi lo affronta viene spesso da percorsi ibridi, tra comicità e comunicazione.

Poi c'è tutta un'altra categoria di persone il cui problema non è la voce, non è la struttura del discorso, non è nemmeno il pubblico: è quello che proiettano dietro di sé mentre parlano. Slide piene di testo, font diversi in ogni pagina, grafici illeggibili, punti elenco infiniti che il pubblico legge invece di ascoltare chi parla. Questo si vede spesso nei congressi medici o a tema legale.
Qui servono corsi o dirette di slide design, che in realtà c'entrano poco con il public speaking, in senso stretto, e molto di più con la comunicazione visiva: gerarchia delle informazioni, uso dello spazio bianco, scelta di immagini che aiutino invece di decorare.
Un discorso ottimo può essere rovinato da slide che distraggono, e viceversa slide pulite possono coprire le insicurezze di chi parla, almeno in parte. Il rischio di questi corsi, se presi da soli, è che si esca sapendo fare belle slide ma restando comunque impacciati quando le slide finiscono e c'è solo la propria voce.
Qualche domanda utile da farsi prima di scegliere:
Il corso perfetto in astratto non esiste, esiste il corso giusto per il problema specifico che hai in questo momento.
Chi ha paura del palco e si iscrive a un corso di scrittura di discorsi resterà comunque bloccato quando dovrà parlare. Chi sa già parlare bene ma non sa organizzare le idee, e si iscrive a un corso sulla gestione dell'ansia, imparerà a stare tranquillo dicendo cose comunque poco chiare.
Prima di cercare il corso, vale la pena capire onestamente cosa non funziona quando parli in pubblico. A volte basta chiederlo a chi ti ha ascoltato l'ultima volta. A volte basta una call gratuita anche con me.
Chi sale sul palco di un summit tecnologico — che sia dedicato a intelligenza artificiale, cybersecurity, software engineering, cloud o web marketing — parte quasi sempre da un vantaggio enorme: sa di cosa parla. Ingegneri, sviluppatori, CTO, founder di startup arrivano con contenuti solidi, spesso costruiti su anni di esperienza tecnica reale.
Ed è proprio qui che nasce il problema più comune che vedo in questo tipo di eventi:
La competenza tecnica non si traduce automaticamente in chiarezza comunicativa.
Spesso è vero il contrario. Più uno speaker conosce a fondo un argomento, più fatica a semplificarlo — perché per lui è ovvio, e dà per scontato che lo sia anche per la platea.
Il risultato? Interventi troppo analitici, saturi di acronimi, che perdono il pubblico nei primi cinque minuti. In un keynote di 20-30 minuti, un panel serrato o — peggio — in un lightning talk di pochi minuti, non c'è spazio per recuperare un pubblico che ha smesso di seguire.
Vediamo come evitarlo, con un metodo concreto.
Il gergo tecnico non va eliminato: in un summit di settore il pubblico se lo aspetta e in parte lo apprezza, perché è un segnale di credibilità. Il problema è quando il gergo diventa l'unico registro, senza un "ponte" che colleghi il dettaglio tecnico al valore per chi ascolta.
Ogni volta che introduci un concetto tecnico — un acronimo, un framework, una metrica — chiediti: "E quindi? Perché dovrebbe interessare a chi mi ascolta?". Se non riesci a rispondere in una frase semplice, quel concetto non è ancora pronto per il palco: va prima tradotto.
Una tecnica efficace è la "regola del traduttore simultaneo": immagina che tra te e il pubblico ci sia un interprete che, ogni volta che pronunci un termine tecnico, deve restituirlo in una frase di valore di business. Se non sapresti scrivere quella frase, il termine da solo sul palco non funziona.
Sul palco dici:
"Abbiamo ridotto la latenza p99 del nostro sistema del 40% migrando a un'architettura event-driven."
Il traduttore interviene e restituisce:
"Questo significa che i nostri clienti più esigenti — quelli con il traffico più pesante — non aspettano più, e questo si traduce in meno abbandoni e più conversioni."
Se non riesci a immaginare quella seconda frase, molto probabilmente non riuscirai a improvvisarla nemmeno sul palco: va scritta prima, insieme alle slide.
Molti concetti tecnici — un modello di machine learning, un'architettura a microservizi, un attacco di tipo phishing, la latenza di una rete — non hanno un corrispettivo visivo immediato per chi non lavora ogni giorno con quegli strumenti. La metafora risolve questo problema: prende un concetto astratto e lo ancora a un'esperienza che il pubblico già conosce.
Non è solo un espediente per il pubblico non tecnico: una buona metafora è utile anche a un pubblico di soli addetti ai lavori, perché offre un punto di vista nuovo su qualcosa che già conoscono, rendendolo più memorabile e più facile da spiegare a loro volta ad altri (un cliente, un collega, un investitore).
Alcuni esempi che funzionano bene nei contesti tech:
La metafora funziona quando è breve, quando si regge da sola senza bisogno di ulteriori spiegazioni, e quando resta coerente per tutta la durata del talk — cambiarla a metà intervento confonde più di quanto chiarisca.
C'è un errore molto comune, apparentemente innocuo, che però costa caro in termini di attenzione: introdurre un acronimo o un termine tecnico importante una sola volta, all'inizio, e poi riusarlo per il resto del talk dando per scontato che il pubblico lo ricordi.
Facciamo un esempio.
Se all'inizio dico "oggi vi parlo di IDEC, ovvero l'Importanza di Essere Chiari", e poi qualche minuto dopo dico "quindi per le ragioni dell'IDEC bisogna usare le metafore; l'IDEC è fondamentale per il nostro pubblico" — il pubblico, nel frattempo, ha perso il filo di cosa significasse quella sigla, e ora deve fare uno sforzo cognitivo per ricostruirne il significato. Mentre lo fa, smette di seguire quello che sto dicendo nel presente. Il messaggio attuale viene sacrificato per recuperare un'informazione del passato.
La soluzione è semplice ma va applicata con disciplina: ogni volta che riprendi un acronimo o un termine tecnico chiave, dopo che sono passati alcuni minuti (o alcune slide, o un cambio di argomento), riformulane brevemente il significato insieme al termine.
Non serve ripeterlo per intero come la prima volta: basta un breve richiamo tra parentesi o in appoggio — "quindi per le ragioni dell'IDEC, cioè la chiarezza espositiva, bisogna usare le metafore".
Questo piccolo investimento di tempo evita che il pubblico debba scegliere tra capire il termine e seguire il ragionamento in corso — due sforzi che, fatti insieme, spesso si perdono entrambi.
Un errore frequente è usare la stessa struttura per formati molto diversi. Ogni format ha regole proprie.
È il formato che concede più respiro, ma anche quello dove la tentazione di infilare troppi contenuti tecnici è più forte. Funziona bene una struttura a tre blocchi: un problema di business riconoscibile da tutti (non tecnico), la soluzione tecnica spiegata per livelli crescenti di dettaglio, e un caso concreto o dato che dimostri l'impatto. Il pubblico deve poter uscire dalla sala ricordando *una* idea, non dieci.
Qui il rischio è opposto: rispondere come se si stesse scrivendo una documentazione tecnica. In un panel le risposte vincenti sono brevi (30-60 secondi), prendono posizione con chiarezza e lasciano spazio al confronto. Prepara in anticipo 2-3 "storie ponte" — aneddoti brevi che colleghino la tua esperienza tecnica a una decisione di business — da riusare a seconda della domanda.
Un lightning talk (letteralmente "discorso lampo") è una presentazione estremamente breve, della durata tipica compresa tra i 2 e i 5 minuti. È un format nato nell'ambito delle conferenze tecnologiche per permettere a più relatori di condividere un'idea, un progetto o un concetto in tempi ridotti.
Con 5-10 minuti a disposizione, l'unico obiettivo realistico è quindi comunicare un concetto e una call to action (una risorsa, un contatto, un follow-up). Ogni parentesi o divagazione che non serva a quell'unico messaggio andrebbe tagliata, anche se tecnicamente rilevante.
La demo è il momento in cui il rigore tecnico è più a rischio di eclissare il messaggio. La regola d'oro: narra spesso, prima, cosa succederà e perché questo è importante, poi mostra. Non il contrario. Il pubblico deve sapere cosa aspettarsi prima di vederlo, altrimenti la demo diventa uno sfoggio tecnico invece che una dimostrazione di valore.
Il modo in cui si apre un intervento determina in gran parte come verrà ascoltato tutto il resto. All' edizione di AIWeek 2025, a Milano, ho notato due incipit da "manuale" — ma nel senso sbagliato, utili proprio come casi di studio su cosa evitare.
Il primo: uno speaker ha aperto il proprio intervento di 30 minuti dichiarando di avere, esattamente, 57 slide da mostrare. E che probabilmente ne avrebbe saltata qualcuna, perchè altrimenti non c'era tempo.
Risultato? Io e il pubblico abbiamo immediatamente capito che ci saremmo trovati davanti a una sovraesposizione di contenuti, con inevitabile corsa contro il tempo. Un incipit del genere pianta nella mente di chi ascolta l'aspettativa di un talk frettoloso.
Il secondo, di un web developer: ha aperto ringraziando il pubblico per essere numeroso nonostante l'argomento fosse, a suo dire, noioso. Anche qui l'intento era probabilmente simpatico e autoironico, ma l'effetto è stato quello di svalutare in anticipo il contenuto che stava per proporre — dando al pubblico un permesso implicito a distrarsi, prima ancora di aver ascoltato un solo argomento.
La regola per un buon incipit tecnico è semplice: mai anticipare un difetto strutturale del proprio talk (troppe slide, tempo risicato, argomento percepito come noioso, "non ho avuto il tempo per prepare tutto ma...") come se fosse una battuta. Il pubblico prende quella dichiarazione spesso alla lettera, e da lì in poi ascolterà l'intervento proprio attraverso quella lente.
Dopo aver seguito più di venti interventi dedicati all'AI tra l'AI Week 2025 e altri appuntamenti di settore, due speech mi hanno mostrato come spiegare la complessità, mantenendo sempre alta l'attenzione del pubblico. Nella maggioranza degli altri interventi invece, io e i miei colleghi, ci siamo persi, a volte dopo soli 3 minuti.
1) Il primo è quello del Prof. Nicola Donti (Università di Perugia), che ha portato sul palco un tema filosofico — Cosa resta dell'essere umano di fronte all'intelligenza artificiale?— attraverso quattro concetti chiave: empatia, etica, il valore del caos, l'inconscio. Nessun tecnicismo, eppure un rigore concettuale alto, reso accessibile attraverso esempi concreti (il cervello di Einstein, l'uso di Google Maps, l'effetto delle slide a bullet point sul pensiero). Se vuoi approfondire, ne ho scritto un riassunto più esteso sul blog di Fromlu.
2) Il secondo è l'intervento di Raffaele Gaito, che ha affrontato un tema altrettanto delicato — l'AI ci rende più stupidi? — con una struttura solida per dare risposta ad problema riconoscibile: sette errori comuni, ciascuno spiegato con un esempio pratico e chiuso da un consiglio operativo. Nessuna slide accademica, ma un elenco memorizzabile, che ogni ascoltatore poteva applicare il giorno dopo. È l'esempio perfetto di come un contenuto tecnico-culturale possa diventare business-oriented senza perdere rigore. Ho riassunto anche questo intervento sul blog di Fromlu.
Il filo comune tra i due talk? Nessuno dei due relatori ha rinunciato alla profondità del proprio campo — filosofia da un lato, growth hacking e AI dall'altro — ma entrambi hanno strutturato il contenuto partendo da una domanda che il pubblico si sarebbe fatto, non dal proprio expertise. Ed entrambe hanno usato esempi pratici per rendere chiari i concetti.
Riassumendo quando scritto sopra, prima di ogni intervento tecnico, ecco un controllo rapido su tre punti:
La sfida, in eventi come questi, non è scegliere tra rigore tecnico e chiarezza. È costruire ogni intervento come un ponte tra i due, senza perdere l'uno per inseguire l'altra.
Se desideri approfondire con una consulenza, sono a disposizione.
"Ti occupi di coaching?"
Me lo chiedono spesso, e la risposta è: "Sì, ma dipende cosa intendi".
"Coach" è diventata una parola ombrello. Ci sta sotto chi ti aiuta a licenziarti e cambiare vita, chi ti allena a parlare meglio in una call, chi lavora sulla tua autostima, chi ti prepara per una maratona. Sono ambiti diversi, con formazioni diverse, che a volte si somigliano solo nel nome.
Ho provato a mettere ordine, distinguendo 7 ambiti in cui il termine "coaching" viene usato più spesso. È la mappa che uso io stesso per spiegare cosa faccio — e soprattutto cosa non faccio. Sono un coach di public speaking, per inciso.
L'ambito più generico e più ampio. Si lavora su obiettivi di vita nel loro insieme: cosa voglio, dove sto andando, cos'è che mi blocca. Nessun tema specifico: il "problema" può essere il lavoro, una relazione, una scelta da fare. È più un percorso di orientamento, non di competenza tecnica.
Martha Beck, life coach americana diventata celebre soprattutto per la lunga collaborazione con Oprah Winfrey, di cui è stata a lungo la coach personale.
In Italia conosco personalmente Stefano Demontis, life coach specializzato in coaching strategico, il cui lavoro è aiutare le persone a sviluppare e riscoprire risorse, potenzialità e talenti che spesso restano inespressi.
La distinzione rispetto al life coaching non è netta: è più una questione di enfasi che di categorie separate. Dove il life coaching lavora sugli obiettivi e sulla direzione da prendere, il coaching motivazionale si concentra su come mi sento e come reagisco: energia, stato mentale, superamento di blocchi emotivi. Il metodo è più esperienziale ed emotivo, spesso costruito attorno a eventi dal vivo e tecniche di attivazione.
Due nomi noti
Il modello è stato reso celebre da figure come Tony Robbins: mindset, energia personale, superamento di blocchi psicologici, con una forte componente emotiva. Ho letto il suo libro "Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario", edito da Bompiani, e l'ho trovato interessante: l'ho iniziato da scettico, pensando di trovarci della "fuffa" ed invece ho scoperto diversi esercizi pratici, passo a passo.
In Italia, un nome che vale la pena citare è Claudio Belotti, definito dal Corriere della Sera "pioniere del Coaching in Italia": è tra i pochissimi Master Trainer selezionati personalmente da Robbins, ma è anche l'unico al mondo ad aver ricevuto lo stesso titolo da Richard Bandler, co-fondatore della PNL, con specializzazione business.
Qui si entra in un territorio che confina con la psicologia. Un esempio tipico: una persona si rivolge a uno psicologo-coach per imparare a gestire lo stress legato al lavoro. Dopo un assessment iniziale, si definisce un obiettivo misurabile — per esempio ridurre il livello di stress percepito entro tre mesi. Il percorso può includere tecniche di rilassamento, la ristrutturazione di pensieri disfunzionali, la pianificazione di azioni concrete per l'equilibrio vita-lavoro, con monitoraggio tramite questionari e feedback periodici.
Questo è un lavoro che richiede una formazione psicologica specifica. Non è il mio ambito, e non entro in competizione con chi lo fa: se qualcuno ha bisogno di questo tipo di supporto, la persona giusta da contattare è uno psicologo, non un comunicatore.
Jon Kabat-Zinn, biologo e ideatore della Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), il protocollo di gestione dello stress basato sulla mindfulness oggi più diffuso in ambito clinico e organizzativo.
Sviluppo di competenze manageriali: leadership, capacità decisionale, gestione di un team. Il focus è sul ruolo professionale della persona all'interno di un'organizzazione, più che sulla persona in sé.
Marshall Goldsmith, tra gli executive coach più citati al mondo, noto per il lavoro con dirigenti di grandi aziende e per il libro "Ciò che ti ha Portato qui non ti Farà Andare Avanti — Come evitare le 20 cattive abitudini che possono ostacolare la carriera".
In Italia, cito volentieri la business coach Francesca Gammicchia.
Transizioni di carriera, colloqui di lavoro, costruzione del personal brand professionale. Un affiancamento pratico e circoscritto a un momento preciso del percorso lavorativo.
John Lees, career coach britannico tra i più conosciuti nel settore, autore di diversi bestseller su come orientarsi nei cambi di carriera.
Miglioramento di prestazioni fisiche o mentali in ambito sportivo. Tecnico per natura, spesso associato a un allenatore o preparatore specifico.
Tim Grover, performance coach di atleti come Michael Jordan e Kobe Bryant, autore del libro "Relentless" (Implacabile).
Angela Cullen, neozelandese, tornata da Lewis Hamilton nel 2025 dopo il suo passaggio in Ferrari. Il suo ruolo non è quello di un "coach" in senso classico (motivazionale, executive, ecc.), ma piuttosto un misto di performance coach e fisioterapista.
Ed eccoci al mio ambito: il coaching di public speaking!
Qui il lavoro non è sulla persona nel suo complesso — non tocco autostima, stress, scelte di vita — ma su una competenza tecnica precisa: parlare in pubblico con efficacia. Comunicare meglio.
Struttura del discorso, gestione della voce e del linguaggio corporeo, costruzione delle slide, allenamento in vista di un evento specifico. È un lavoro mirato, con un obiettivo concreto e circoscritto nel tempo: l'intervento che devi affrontare.

Coach di public speaking per M.Tampieri a TEDx Spoleto
Nancy Duarte, tra le figure più autorevoli nella preparazione di presentazioni e discorsi ad alto impatto, autrice di libri come "Resonate" e consulente per molti speaker TED.
Detto questo, i sette ambiti non vivono in compartimenti stagni. Esistono principi e strategie di coaching nati in un settore che si applicano bene anche ad altri, incluso il mio.
Un esempio è il modello G.R.O.W., tra le tecniche di coaching più diffuse in assoluto. È un acronimo che delinea quattro fasi per la definizione e il raggiungimento di un obiettivo, applicabile a qualunque ambito — compreso quello di chi deve preparare un discorso:
Usare uno schema come il G.R.O.W. non rende il mio lavoro un "coaching motivazionale" o un "coaching psicologico": resta un percorso tecnico, mirato a un discorso specifico. Ma la struttura mentale — chiarire l'obiettivo, fotografare la realtà, esplorare le opzioni, costruire l'azione — è uno strumento utile che, opportunamente adattato, appartiene a chiunque accompagni una persona verso un risultato, in qualunque ambito lavori.
Ad Harvard lo indicano chiaramente: tra le 10 tecniche fondamentali per migliorare il public speaking, una delle più potenti è usare l'umorismo.
Semplice a dirsi. Terribilmente difficile a farsi.
Perché se c'è una cosa che ho imparato organizzando ComicMasters — un corso dedicato proprio all'humor applicato all'oratoria — è che la comicità è una tecnica di public speaking tra le più avanzate. Ma anche quella con il ritorno più alto. Quando funziona, non ti dimentica più nessuno.
Proviamo a pensarci: chiunque può imparare a organizzare un discorso in modo logico, a usare pause efficaci, a guardare negli occhi il pubblico. Ma far ridere una sala — far sì che una battuta arrivi, che il tempo comico sia giusto, che la risata esploda nel momento preciso in cui la vuoi tu — è un'altra storia.
Ho letto due libri che mi hanno cambiato la prospettiva su questo: Lezioni di Comicità di M. Andreone e Stand Up Comedy di Filippo Losito. Entrambi smontano un mito fondamentale: che il senso dell'umorismo sia un talento innato con cui si nasce. Non è proprio così. La comicità ha una grammatica, una struttura, una tecnica. Si studia. Si allena. Si costruisce. Se poi ce l'hai anche per predisposizione, tanto meglio.
E i benefici, quando la padroneggi, sono enormi:
La comicità nasce quasi sempre da un'aspettativa delusa. Costruisci una direzione nella mente del pubblico, poi ci giri bruscamente. Non è abbastanza dire "mi sono preparato molto": devi portare il pubblico dentro quella preparazione, fargli sentire la serietà, e poi far "cadere" tutto.
Una delle battute più celebri che incarna questo meccanismo è di Woody Allen nel film Prendi i soldi e scappa (1969):
"Mio padre era un uomo molto severo, ma giusto. Mi ha insegnato i grandi valori della vita: l'onestà, il rispetto per il prossimo, l'importanza del lavoro duro e della lealtà. Non mi ha mai picchiato... tranne che per legittima difesa."
È forse la tecnica più potente e più sottovalutata. Parti da un piccolo problema reale — qualcosa che il pubblico riconosce — e ne esageri le conseguenze fino all'assurdo, in una catena di causa-effetto che precipita sempre più in basso. È la logica del "se succede A, allora succede B, quindi C, e alla fine Z" dove Z è qualcosa di completamente catastrofico e ridicolo.
Un esempio: "Se arrivi in ritardo alla presentazione, i colleghi ti guardano storto. Se ti guardano storto, inizi a sudare. Se inizi a sudare, il microfono scivola. Se il microfono scivola, lo insegui sul palco. Se lo insegui sul palco, rovesci il pc. Se rovesci il pc, perdi le slide. Se perdi le slide, improvvisi. Se improvvisi, dici cose che non avresti mai dovuto dire. E così, per essere arrivato tre minuti in ritardo, hai involontariamente rivelato a tutta l'azienda che odi le cravatte del capo."
La struttura funziona perché ogni passaggio è logicamente plausibile, ma l'accumulo porta a un risultato sproporzionato.
Ecco un esempio autorevole, con Walter Chiari. Vale la pena vederlo.
Una parola che significa due cose, un gesto frainteso, un oggetto usato nel contesto sbagliato: l'equivoco è la struttura comica più antica della storia del teatro, da Plauto a Totò e Mr. Bean. Nel public speaking funziona benissimo quando hai un termine tecnico del tuo settore che in italiano comune suona come qualcos'altro, oppure quando descrivi una situazione che il pubblico può interpretare in due modi simultaneamente.
Ridere di sé stessi è la forma di humor più sicura e più efficace nel public speaking — ed è anche quella che richiede più coraggio, il che la rende doppiamente potente. Chi ride dei propri limiti dimostra una sicurezza che nessuna slide di curriculum può trasmettere.
La chiave è essere specifici, non generici. "Ho sbagliato" non fa ridere.
Elenchi tre elementi di cui i primi due seguono un pattern logico e il terzo lo rompe. La struttura funziona perché il cervello umano, dopo due elementi omogenei, si aspetta un terzo dello stesso tipo — e la rottura sorprende proprio nel momento in cui era più rilassato.
"Per prepararmi a questo intervento ho riletto i classici del management, ho intervistato dieci CEO di aziende Fortune 500, e ho guardato l'intera quinta stagione di Suits."
La terza voce deve essere abbastanza lontana dalle prime due da sembrare quasi un incidente — ma abbastanza riconoscibile da essere vera. Il pubblico ride perché sospetta che sia vera. E di solito lo è.
Il mondo politico offre alcuni degli esempi più memorabili di humor applicato al public speaking.
Barack Obama è probabilmente il politico contemporaneo che ha usato l'humor con più maestria. Al White House Correspondents' Dinner — una cena annuale in cui il presidente fa un monologo dentenzialmente simpatico davanti alla stampa — Obama eccelleva.
Qui scherza (a 5 minuti di video) su come lui sia peggiorato e invecchiato nel tempo dei suoi 8 anni alla Casa Bianca, rispetto alla moglie. (testo del discorso integrale)

Ronald Reagan era soprannominato "The Great Communicator" anche per la sua capacità di usare humor e storytelling. Famosa la sua battuta durante il dibattito presidenziale del 1984 contro Walter Mondale, quando gli fu chiesta la sua età avanzata come potenziale limite: "Non farò dell'età un problema in questa campagna. Non sfrutterò, a fini politici, la giovinezza e l'inesperienza del mio avversario." Anche Mondale rise. Reagan vinse in 49 stati su 50.
In Italia, Beppe Grillo ha costruito gran parte della sua carriera politica applicando ai comizi tecniche tipiche della stand-up comedy.
Su un altro versante, Matteo Renzi ha spesso fatto ricorso a metafore e similitudini per colpire avversari e criticare progetti politici. Si pensi, ad esempio, al paragone tra il governo Meloni e la famiglia Addams, utilizzato per costruire un’immagine caricaturale e facilmente memorizzabile.
Nel mondo aziendale, l'humor è ancora sotto utilizzato per paura di sembrare poco professionali. Un errore.
Quando nel gennaio 2007 presentò il primo iPhone sul palco della Macworld Conference, Jobs creò uno dei momenti comici più celebri della storia del business. Prima di mostrare il vero iPhone, annunciò che Apple stava per lanciare tre prodotti rivoluzionari: un iPod con i controlli touch, un telefono cellulare e un dispositivo internet. Li ripeté più volte, mentre il pubblico iniziava a capire. Poi, come slide, mostrò un iPod con una rotella gigante inserita in un telefono a rotella, con sopra uno schermo minuscolo — un grottesco ibrido impossibile, uno di quegli oggetti che nessuno comprerebbe mai.
La sala scoppiò a ridere (a 3 minuti circa del video). Jobs non aveva fatto nessuna battuta verbale. Aveva lasciato che l'immagine parlasse da sola.
Ecco il consiglio più pratico che do a chi si avvicina per la prima volta all'humor nel public speaking, e che ho elaborato durante ComicMasters: non devi fare la battuta tu. Può farla una slide.
Richard Branson, fondatore di Virgin, è famoso per le sue presentazioni in cui irride costantemente le grandi corporation, compresa la sua.
Quando Virgin America vinse il premio di miglior compagnia aerea degli Stati Uniti, disse in conferenza stampa: "Finalmente. Ci ho messo solo 7 anni e qualche centinaio di milioni di dollari."
Dopo aver progettato e guidato il percorso Comicmasters con circa 20 partecipanti, ho capito che far ridere e gestire l'umorismo sul palco non è affatto banale. Tuttavia, per chi vuole iniziare, esistono delle vie d'accesso più semplici di altre. A mio avviso, le tecniche d'ingresso più accessibili sono:
Mostrare un'immagine divertente o inaspettata – come faceva Steve Jobs – rimane il punto d'ingresso più facile.

Non richiede un timing perfetto o una voce da attore comico. Richiede soltanto due cose: trovare l'immagine giusta per quel preciso momento e avere il coraggio di proiettarla, lasciando che sia lo schermo a parlare per te.
Consiste nell'utilizzare un'immagine paradossale ed esagerata per descrivere una situazione, una tecnica usata spesso da Matteo Renzi, come descritto sopra.
Altro esempio. Durante un mio discorso, per spiegare la mia totale mancanza di competenza su un argomento, dissi: "Su questo tema sono autorevole quanto un gatto che propone un corso di nuoto". Il pubblico scoppiò a ridere. Quella battuta - con la tecnica di autodeprecazione - funzionò perché univa l'autoironia a una forte immagine visiva, e ovviamente l'avevo pianificata prima la metafora: l'umorismo efficace sul palco si prepara, non si improvvisa.
Spero che questo spunto possa esserti utile e, se vuoi approfondire ulteriormente questi strumenti e imparare a usarli in modo efficace nella tua comunicazione, puoi seguire uno dei miei corsi di comunicazione.